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Il posto delle capre - Biblioteca Archivio Renato Maestro

Le immagini che si rincorrono nella memoria di Sara (Fiore, come i lettori avranno modo di capire) ci raccontano di intrecci umani profondi, da cui non si può sfuggire se vogliamo avere anche solo la speranza di poter comprendere il nostro presente. Non si faccia illusioni chi crede di trovare certezze, o sicurezza, in una stabile situazione economica, in una buona relazione di affetti, oppure ancora in una ipotetica lunga tradizione di stanzialità. A Padova si arriva, in Padova si vive, da Padova si parte, come accade per ogni altro luogo di questa Terra. E la storia che ci racconta Sara è una di quelle che maggiormente ci aiutano a conoscere questa precarietà. Che tuttavia non significa sguardo scoraggiato e pessimistico sulla vita. Quello che emerge dal lungo percorso che accompagna le migrazioni della famiglia Gesess, dalla lontana Grodno in Bielorussia attraverso Odessa, Trieste e poi Padova, è in realtà una vita vissuta all’insegna della fiducia e del successo. Certo, in mezzo a mille difficoltà, fughe, rivoluzioni, ma l’universo degli affetti è stabile, la fiducia nel futuro è tangibile.

In mezzo a tutto questo si colloca, pesante come un macigno, Auschwitz. Un destino che pare quasi ineluttabile, a cui nessuno vuole credere fino all’ultimo ma che accade perché nella vita comune ci sono uomini e donne che non fanno nulla, ma proprio nulla perché non accada. Non sono necessari, come recita un libro di grande successo, i volonterosi carnefici di Hitler; sono sufficienti i nomi di chi firma in calce i documenti che hanno condotto allo sterminio di una famiglia. Si tratta di un valore aggiunto di questo bel libro, che non si colloca solo nel filone delle testimonianze postume, di chi vuole – per necessità interiore o per debito di amore verso chi non c’è più – lasciare una traccia scritta di vicende ormai remote. Questo libro è anche frutto di una meticolosa, appassionata e matura ricostruzione storica, che offre al lettore interessanti e curiosi documenti russi, belle foto familiari, ma anche la crudezza di atti ufficiali che accompagnano due ebrei russi e la loro bambina di sette anni verso le camere a gas. Chi ha firmato quegli atti, chi ha messo il timbro a decreti di revoca della cittadinanza come a freddi inventari di oggetti di casa confiscati, così come chi ha favorito – invece che ostacolare – il lavoro degli aguzzini nazisti e fascisti, ha di certo un nome e cognome, che forse meriterebbe di essere ricordato al pari di quei (per fortuna molti) Giusti delle Nazioni che onoriamo a Gerusalemme come a Padova.

Eppure – paradossalmente e nonostante Auschwitz – quella che ci racconta Sara è una storia “bella”. In qualche modo è un po’ la nostra storia, fatta di scatole segrete in cui la mamma conserva antichi ricordi, sentimenti forti (la nostalgia di Trieste, che solo chi ha origini triestine può veramente capire), sapori della cucina ashkenazita, profumo “di mamma e di Arpège”. Insomma una storia normale, fatta di bei ricordi e di rimpianti. Una storia troncata dalla Storia, che ci aiuta a riflettere e che ci fa piacere leggere.

Sara Parenzo, Il posto delle capre, Cierre, Sommacampagna (Vr) 2012

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